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Gli amori folli – 23/5/13

9 Maggio 2013

“Gli amori folli” – (Le erbe pazze)

Un film di Alain Resnais. Con Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric.

Titolo originale Les Herbes Folles. Francia, Italia 2009

 

Marguerite esce da un negozio di scarpe e subisce il furto della borsa. Georges trova il suo portafoglio per terra, nel parcheggio di un centro commerciale e comincia a fantasticare su di lei, ancora prima di contattarla, senza conoscerla. Il desiderio di questa donna che fa la dentista e il pilota di aerei leggeri è così forte che riempie la sua vita di padre di famiglia e di marito di pensieri e azioni irrazionali. Marguerite resiste, ma per poco. È una corsa verso l’errore, piena di vita, inarrestabile.

 

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Recensendo, un anno fa, il precedente film dell’anziano regista francese Alain Resnais ero stato particolarmente violento e distruttivo: parlavo di un film “geriatrico”, offendevo l’autore dicendo che era ora se ne andasse in pensione, lo accusavo delle peggiori nefandezze cinematografiche (dopo avergli reso atto di tutta la sua importante storia, dalla fondazione della “nouvelle vague” ad oggi).

 

Ora mi dissocio da quel che ho scritto a suo tempo. Non mi pento del giudizio dato su Cuori, che continuo a considerare noioso e geriatrico, ma faccio macchina indietro totale su Alain Resnais e sulle sue capacità cinematografiche.

 

“Contrordine, compagni!” (come si diceva per prendere in giro chi troppo si fidava delle indicazioni ricevute e mal capite), Alain Resnais è vivo, e lotta insieme a noi… Anzi, per continuare ad usare il gergo di tanti anni fa e giocare con il titolo originale del film, “Ma quanta erba si è fatta Alain Resnais?”.

 

Scusate il tono goliardico che ha perso questa recensione, ma non capita tutti i giorni di incontrare un film che ha ancora la carica eversiva degli anni ’70, e la riesce ad esprimere con contenuti e metodi talmente nuovi da apparire quasi incomprensibili.

Titolo: Le erbe folli. Titolo italiano (un po’ fuorviante): Gli amori folli. Titolo vero: Le erbacce che rompono l’asfalto. (E infatti, insistentemente, la camera inquadra delle sparute erbacce che si insinuano fra una mattonella di cemento e l’altra, che spaccano e interrompono una superficie liscia e grigia).

 

 

Argomento: Quasi evanescente, un portafogli rubato ad una attempata dentista. Ritrovato da un anziano signore, pensionato di non si sa quale mestiere, con uno strano passato non spiegato, sposato da trent’anni, nonno e un po’ folle. L’uomo decide che si è innamorato perdutamente della dentista, senza nemmeno averla vista dal vero. La dentista prima lo rifugge e poi lo cerca, anche lei senza nemmeno averlo visto. La moglie assiste serenamente a tutti questi avvenimenti, ed anzi partecipa e aiuta. Il finale è aperto, o forse nemmeno c’è un finale.

 

Con questo mini-plot Alain Resnais costruisce un film quantomeno intrigante.

Innanzitutto –ed è un suo merito- riesce a far fuggire dalla sala la maggior parte degli spettatori.

Ci riusciva alla grande ai tempi de L’anno scorso a Marienbad(1961), ma poi il pubblico si era fatto più smaliziato e non cadeva più così facilmente nelle provocazioni degli “intellettuali”.

La maggior parte, più informata che cinquant’anni fa, evitava proprio di andare a vedere certi film; e gli altri, facendo buon viso a cattivo gioco, facevano finta di capire quello che i “nuovi registi” proponevano loro (insomma, la “nouvelle vague” come una sorta di “nouvelle cuisine” ante litteram…).

 

 

Resnais, prima di arrendersi ai Cuori e ai Melò che me lo avevano reso insopportabile, aveva reagito in tutti i modi possibili per cercare di scuotere il pubblico.

 

Si era mosso sullo scientifico-comportamentale di Mon oncle d’Amérique (1980) con le teorie biologiche di Laborit.

 

Si era trasferito in America e aveva girato in lingua inglese Providence (1977) con Dirg Bogarde, Ellen Burstyn e sir John Gielgud.

 

Aveva inventato il “doppio film” con Smoking/No smoking (1993).

 

Aveva inventato il “musica intellettuale” con Parole, parole, parole in cui aveva fatto cantare Sabine Azéma, Pierre Arditi, André Dussollier, Jean-Pierre Bacri e Agnès Jaoui, ossia tutto il gotha degli attori drammatici francesi.

 

 

Ora, a quasi novant’anni (è nato nel 1922), non si limita –per fortuna più- a fare il padre nobile del cinema, ma interviene a “gamba tesa” nella tenzone.

 

Primo: i contenuti. Gli anziani non se ne stiano lì a lasciarsi vivere, ma siano pazzi (e “fumati”…) come lo erano a vent’anni. E magari di più che allora, visto che oramai non hanno più nulla da perdere o da mantenere. E osino volare, con l’aereo come in questo film, o con il pallone (come in Vuoti a rendere), ma che si librino molto in alto…

 

Secondo: l’immagine. Altro che il “3D” delle americanate, altro che gli effetti speciali. Erano anni (dal tempo de Il fantasma della libertà (Luis Buñuel, 1974) che non vedevo un film altrettanto surrealista. E se le “immaginette” inserite nella pellicola non sono il massimo della perfezione formale, meglio una cosa un po’ kitsch che il piattume abituale.

 

Terzo: la maniera di raccontare. È un classico della “nouvelle vague” alla Resnais, ma quel parlare spezzato, quel raccontare frammentato, il tornare sui propri passi, il montaggio e i flashback colpiscono ancora il pubblico sotto la cintura. Sembrerebbe, dopo tanto cinema e tante acrobazie formali, che questi vecchi “trucchi” del racconto non possano più colpire nessuno. E invece no, il vecchio leone sa ancora graffiare.

 

Non so, fra lui, De Olivera e pochi altri, chi sarà l’ultimo a cedere le armi. Ma so che fra i “giovani cineasti arrabbiati” c’è un certo Alain Resnais che dice bene la sua…

 

(Piero Nussio, 2010)

 

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A quasi novant’anni, Alain Resnais, con Les Herbes Folles, tratto dal libro di Christian Gailly “L’incident”, elabora un film che si può dire virtuoso, tanto nel senso di musicalmente inappuntabile, quanto in quello di visivamente e narrativamente acrobatico.

Storia di una passione irragionevole, spuntata come l’erba che esce dall’asfalto là dove non ce la si aspetta, rigogliosa e capricciosa in età matura, l’opera di Resnais vola in alto come il velivolo di Sabine Azéma, diverte con dialoghi-piroette, fa desiderare di non scendere mai a terra, di restare in sella al film, dove tutto è sorpresa e tutto è affrontabile e affascinante, anche il disarcionamento.

Esperto di costruzioni non lineari, di realtà binarie e sovrapposizioni temporali, Resnais -che con Mon Oncle d’Amérique riscrisse le accezioni del vocabolo “sceneggiatura”, influenzando tra gli altri anche Kaufman e Gondry- continua il suo viaggio tra determinismo e aleatorietà dell’esistenza, legandolo alla forma cinema, forma a sua volta aperta e costretta insieme.

Se i personaggi di Parole, parole, parole più che esprimersi, si ritrovavano dentro dei testi che parevano scritti per loro, quelli di Les Herbes Folles fanno della letteratura di Gailly, della costruzione della sua sintassi, un trampolino di lancio per la loro avventura di sognatori, di verificatori di qualcosa che potrebbe esistere, potrebbe non iniziare mai (lo dicono loro stessi), potrebbe suscitare il riso, il sorriso, l’emozione. E lo fa.

Cineasta moderno e cerebrale, qui Resnais si scuote di dosso la neve di Cuori e realizza uno dei suoi film più caldi, con punte di ghiaccio bollente, dove i personaggi assomigliano sempre meno a delle cavie e la più generale delle esperienze -quella amorosa- si fa in fine particolarissima. Un film conclusivo, che (ri)apre sulla speranza.

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Le erbe folli sono quelle erbe la cui vitalità ha sempre la meglio nel giardino, per quanto ben coltivato e tosato col tosaerba. Quando si hanno ospiti, è bene che le erbe folli vengano recise di netto, ma la natura presto o tardi avrà la meglio e imporrà agli incauti livellatori del prato la propria anarchica e incoercibile legge. Questa bella metafora è naturalmente valida anche per l’uomo, che, a qualsiasi età e nonostante la razionalità lo sconsigli, sarà sempre attratto dalla curiosità per affrontare l’avventura di nuove conoscenze e di nuove scoperte, qualunque sia il prezzo da pagare. La vicenda di George, nell’ultimo (per ora, glielo auguriamo di cuore!) film di Alain Resnais è per l’appunto proprio la vicenda di un incoercibile trasgressore delle leggi comunemente accettate, poiché, alla sua età, dopo un passato, si suppone, piuttosto accidentato, mantiene viva la disponibilità all’avventura, amorosa e non, nonostante che una graziosa e affettuosa moglie nonché la presenza di figli e nipoti, consiglierebbero a chiunque di tirare i remi in barca. Da questa esile vicenda, che si sviluppa in seguito a un casuale ritrovamento di un portafogli rubato, il grande regista francese ricava una bella storia di indomabile vitalità e di trasgressione, che finirà di coinvolgere anche la famiglia di George, perché, in primo luogo, nel cinema, come dirà la onnisciente voce fuori campo, anche ciò che sembra impossibile diventa naturale; in secondo luogo perché alle ragioni del cuore e dell’imprevedibile non è possibile opporre le noiose e scontate ragioni dell’ordine convenzionale, delle cose. Detto questo, ancora una volta vorrei far notare come la traduzione italiana del titolo del film (gli amori folli) impoverisca le implicazioni metaforiche del titolo francese, allusive non soltanto di una alquanto banale trasgressione erotica, ma di una complessiva indisponibilità al conformismo dell’ordine familiare. Gran bel film, che si avvale di una splendida recitazione degli attori e di una regia sorprendentemente giovane e viva.

 

Il film rappresentato con ricorrente simbolismo evidenzia l’evoluzione dei rapporti interpersonali nella sfera amatoria. Un’espressione sessuale d’altri tempi (George), concepita solo nell’ambito familiare e finalizzata alla procreazione, si contrappone alla visione libertaria (marguerite) di condurre la propria vita (l’allegoria della ricerca della scarpa desiderata, nel negozio fuori dalla portata della massa…, dove vige la comprensione e il rispetto delle scelte personali). L’erba che cresce naturalmente nei campi si fa strada a fatica nelle crepe dell’asfalto (nei pregiudizi e nelle costruzioni culturali della società civile). George, che vive in una famiglia apparentemente convenzionale si illude di avere dei nipoti, non volendo accettare l’evoluzione del rapporto di coppia e personale che vivono i suoi figli. La sua mente concepisce il mondo come surrogato della realtà (dipinge il sottogronda colore azzurro cielo). La conoscenza di marguerite, donna che vive con determinazione la libertà sessuale, “ri”mette George in crisi ma nello stesso tempo lo incuriosisce. Nel lungo processo di evoluzione culturale che George affronta, condotto per mano dalla moglie, giunge alla consapevolezza (le acrobazie dell’aereo di cui lui prende il comando) che la pulsione sessuale umana, seppur frenata dalle convenzioni sociali, può vivere in una dimensione di naturalità. Non c’è più tempo per la vecchia generazione di comprendere la concezione di un mondo nuovo: l’aereo, con l’equipaggio di altri tempi deve schiantarsi. Il nuovo che avanza (la bambina) si sente espressione di un mondo dove si può essere ciò che si vuole, nell’ingenuità di associare i suoi comportamenti a quelli di una dimensione naturale (il gatto) senza pregiudizi.

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IL REGISTA

Leone d’Oro 1961 Alain Resnais (Vannes, 3 giugno 1922) è un regista francese. Si distingue anche per la sua attività di teorico del cinema. Fu uno degli ispiratori teorici della Nouvelle Vague, di cui fu sempre punto di riferimento, pur non aderendovi mai ufficialmente.

 

Alain Resnais nasce figlio unico di una famiglia della borghesia francese: il padre è un farmacista e i genitori possiedono una proprietà nel Golfo di Morbihan, luogo che ricorderà in Mio zio d’America. Fin da bambino, non gode di buona salute ed è soggetto frequentemente ad attacchi di asma. La madre lo incoraggia ad interessarsi alla cultura, iniziandolo specialmente alla musica classica; si appassiona anche alla fotografia, al fumetto e alle opere di Harry Dickson, Marcel Proust e André Breton. A quattordici anni gira il suo primo cortometraggio, L’aventure de Guy. Nel 1940 progetta di recarsi in Algeria, ma rimane a Nizza, dove si diploma: questo periodo della sua vita verrà evocato in L’amour à mort.

 

Nel 1941 Resnais si trasferisce a Parigi (dove finalmente spariscono le sue crisi di asma) e l’anno successivo ottiene un piccolo ruolo nel film Les visiteurs du soir di Marcel Carné. Nel 1943 viene fondata la scuola francese di cinema IDHEC ed una sua amica montatrice, Myriam, gli consiglia di iscriversi. Resnais supera gli esami di ammissione arrivando secondo nelle graduatorie e frequenta la scuola insieme ad Henri Colpi. L’insegnamento lo delude profondamente e decide di lasciare l’istituto solo l’anno successivo. Nel 1946 dirige il lungometraggio Ouvert pour cause d’inventaire con Gérard Philipe, che viveva nel suo stesso palazzo in rue du Dragon, e Danielle Delorme. Nello stesso anno è montatore e assistente alla regia di Nicole Védrès per il film Paris 1900. Gira poi una ventina di documentari di argomento artistico, tra i quali Van Gogh, che vince l’Oscar per il commento scritto da Gaston Diehl e Robert Hessens, e Guernica, che accosta le opere di Picasso all’orrore del bombardamento della cittadina basca. Nel 1953 dirige con Chris Marker Les statues meurent aussi, pamphlet sulla mercificazione dell’arte africana ad opera dell’occidente, che viene sequestrato e modificato dalla censura. Due anni dopo si afferma definitivamente con Notte e nebbia, documentario sull’Olocausto girato nel campo di concentramento di Auschwitz.

 

Dopo più di dieci anni dedicati alla produzione di film documentari, sull’onda della Nouvelle Vague Resnais esordisce nel lungometraggio di fiction con Hiroshima mon amour (da una sceneggiatura di Marguerite Duras) che riscuote grande successo critico. Il successivo L’anno scorso a Marienbad, scritto da Alain Robbe-Grillet, è un complesso esperimento di decostruzione narrativa con evidenti rimandi al contemporaneo Nouveau Roman, di cui Robbe-Grillet è l’esponente principale. Come già in Hiroshima mon amour, i film successivi sono segnati da un forte impegno politico: Muriel, il tempo di un ritorno racconta gli effetti traumatici della guerra d’Algeria su un giovane soldato; La guerra è finita (da una sceneggiatura di Jean Semprùn) è la storia di un tormentato militante antifranchista spagnolo interpretato da Yves Montand. Nel 1968, dopo alcuni episodi dei film collettivi Cinétracts e Loin du Vietnam (sorta di cine-volantini dal forte impegno politico, dedicati rispettivamente alla situazione politica francese e alla guerra in Vietnam), Resnais gira Je t’aime, je t’aime, che si rivela un flop commerciale. A causa dell’insuccesso del film, Resnais non riceve più offerte di lavoro e decide di partire per New York, dove rimarrà dal 1969 (anno del matrimonio con Florence Malraux) al 1971.

 

Riprende le fila della sua carriera nel 1974 con Stavisky, il grande truffatore, una rievocazione degli scandali finanziari e politici della Terza repubblica attraverso la biografia del faccendiere Alexandre Stavisky. Nel 1977 ritrova il gusto per la sperimentazione formale con Providence (suo unico film in lingua inglese), criptica ed affascinante riflessione sui rapporti tra autore e universo letterario. L’interesse per i temi psicologici ritorna anche in Mio zio d’America, un curioso film-saggio che espone le teorie del fisiologo Henri Laborit sui meccanismi di difesa del cervello (conflitto, fuga, autodistruzione), esposte da lui medesimo ed illustrate attraverso le vicende di tre personaggi: un borghese bretone interpretato da Roger Pierre (a cui Resnais presta qualche tratto autobiografico), una parigina comunista (Nicole Garcia) e un contadino (Gérard Depardieu). La vita è un romanzo (1982) segna un punto di svolta nel cinema di Resnais: il regista si concentra sulla messa in scena di complessi congegni narrativi in cui si intrecciano diversi piani temporali e differenti generi cinematografici (commedia, storico, musical, fantasy), ma soprattutto crea un gruppo di attori che ritornerà nei film successivi: Sabine Azéma (sua nuova compagna dopo il divorzio da Florence Malraux), Pierre Arditi, André Dussolier e Fanny Ardant. L’amour à mort (1984) e Mélo (1986) segnano un’incursione nel melodramma, un genere che ben si presta agli esperimenti del regista sulla struttura formale del film: il primo è un’oscura riflessione sul nesso vita-morte che riscuote scarso successo di pubblico, mentre Mélo (provocatoriamente tratto da un testo di Henry Bernstein, autore dimenticato) coniuga il tema della passione amorosa con una precisa ricostruzione degli anni successivi alla Prima guerra mondiale. Il decennio si chiude con Voglio tornare a casa!, un omaggio al fumettista Jules Feiffer che ironizza sui rapporti tra Francia e Stati Uniti.

 

L’incontro con il commediografo inglese Alan Ayckbourn spinge quasi al parossismo il gusto del regista per l’affabulazione: nella coppia Smoking/No Smoking l’azione si biforca a snodi prefissati in una serie di realtà alternative, con gli attori Sabine Azéma e Pierre Arditi impegnati a ricoprire i ruoli di tutti i personaggi in scena. In un continuo gioco di rapporti con le altre arti, Resnais sviluppa l’aspetto ludico del suo cinema e la sua riflessione sui rapporti tra realtà e finzione utilizzando il musical in Parole, parole, parole… (dove i dialoghi sono sostituiti da celebri canzoni francesi), l’operetta in Pas sur la bouche (da un libretto di André Barde ed inedito in Italia) e nuovamente il teatro di Ayckbourne in Cuori (2006), sconsolata commedia sulla solitudine premiata alla Mostra di Venezia con un Leone d’argento alla regia.

 

Gli amori folli, adattamento del romanzo L’incident di Christian Gailly, è stato presentato durante il Festival di Cannes 2009, dove Resnais ha ricevuto un premio speciale alla carriera

 

Caratteristiche principali della sua opera  [modifica]L’opera di Alain Resnais rimette in causa i codici della narrazione cinematografica tradizionale: il regista abolisce il racconto a intrigo per esplorare le combinazioni narrative, le analogie, le realtà aleatorie e non lineari. Le costruzioni narrative fanno così incrociare diversi personaggi, percorsi temporali o piani di realtà nello stesso luogo (come succede per esempio in L’anno scorso a Marienbad e La vita è un romanzo) o in universi volutamente artificiali e teatrali (Smoking/No Smoking, Pas sur la bouche, Parole, parole, parole…). La costruzione artificiale a anti-naturalistica del racconto permette al regista di indagare nei dettagli la condizione umana dei suoi personaggi, studiati come animali in gabbia (Mio zio d’America è l’esempio paradigmatico). A questa ricerca si aggiunge il minuzioso lavoro di montaggio (sempre curato o supervisionato dal regista, ex montatore) che giustappone spazi e tempi per sondare la memoria e l’immaginazione collettive o individuali; un processo che permette a Resnais di illustrare il caos di esistenze fatte di immagini contraddittorie, frammenti di ricordi, avvenimenti vissuti o immaginati, uniti in modo più simile alla realtà sensibile che all’ordine e alla regolarità della narrazione classica. Questa costruzione unisce il “tempo sensibile” caro a Proust con una composizione filmica vicina alla musica sinfonica (evidente in film come Hiroshima mon amour, Je t’aime, je t’aime e Providence).

 

Tra i numerosi riconoscimenti attribuitigli figurano un BAFTA, un Leone d’Argento ed un Leone d’Oro, due Orsi d’Argento, tre premi César, un David di Donatello, un Fotogramas de Plata, un Premio Louis-Delluc.

 

Filmografia

L’Aventure de Guy (1936)

Schéma d’une identification (1946)

Ouvert pour cause d’inventaire (1946)

Visite à Oscar Dominguez (1947)

Visite à Lucien Coutaud (1947)

Visite à Hans Hartnung (1947)

Visite à Félix Labisse (1947)

Visite à César Doméla (1947)

Portrait d’Henri Goetz (1947)

Le Lait Nestlé (1947)

Journée naturelle (1947)

La Bague (1947)

L’Alcool tue (1947)

Van Gogh (1948)

Malfray (1948)

Les Jardins de Paris (1948)

Châteaux de France (1948)

Guernica (1950)

Gauguin (1950)

Pictura (1952)

Les statues meurent aussi (1953)

Notte e nebbia (Nuit et brouillard) (1955)

Toute la mémoire du monde (1956)

Le Mystère de l’atelier quinze (1957)

Le Chant du Styrène (1958)

Hiroshima mon amour (1959)

L’anno scorso a Marienbad (L’Année dernière à Marienbad) (1961)

Muriel, il tempo di un ritorno (Muriel) (1963)

La guerra è finita (La Guerre est finie) (1966)

Lontano dal Vietnam (Loin du Vietnam) (1967)

Je t’aime, je t’aime – Anatomia di un suicidio (Je t’aime, je t’aime) (1968))

Cinétracts (1968)

L’an 01 (1973)

Stavisky il grande truffatore (Stavisky…) (1974)

Providence (1977)

Mio zio d’America (Mon oncle d’Amérique) (1980)

La vita è un romanzo (La vie est un roman) (1983)

L’amour à mort (1984)

Mélo (1986)

Voglio tornare a casa (I Want to Go Home) (1989)

Contre l’oubli (1991)

Gershwin (1992)

Smoking/No Smoking (1993)

Parole, parole, parole… (On connaît la chanson) (1997)

Mai sulla bocca (Pas sur la bouche) (2003)

Cuori (Cœurs) (2006)

Gli amori folli (Les herbes folles) (2009)

Vous n’avez encore rien vu (2012)

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