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XI° Lanuvio day – 23/3/2013

24 Marzo 2013

Rumori fuori scena        

Un film di Peter Bogdanovich. Con Michael Caine, Carol Burnett, John Ritter, Christopher Reeve, Denholm Elliott, Nicollette Sheridan, Marilu Henner, Julie Hagerty, Mark Linn-Baker, Titolo originale Noises Off. durata 101 min. – USA 1992

Tratta dall’omonima opera di Michael Frayn, si tratta di una commedia scoppiettante, dal ritmo incalzante e con spassosissime gag che si susseguono vorticosamente. La trama del film riguarda le varie fasi della costruzione di uno spettacolo da parte di una bizzarra compagnia: dalle prove, al debutto, alla tournée, che inizialmente risulta essere positiva, ma poco tempo dopo si rivela un disastro per ripicche e screzi fra attori – sul palcoscenico e fuori accade di tutto: interruzioni, errori, isterie, conflitti, tensioni, rappacificazioni – ma alla prima a Broadway è un trionfo. Regia sardonica e impeccabile, con degli straordinari attori tutti in stato di grazia, parecchie e buone le occasioni di risata. Era dai tempi della “screwball comedy” degli anni Trenta che non ci si divertiva così vedendo una commedia.

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“Cinema che recita teatro”: geniale adattamento dell’opera “Noises Off” (a sua volta teatro nel teatro) con le rocambolesche “papere” di giovani attori che sognano di diventare stelle di Broadway. Come una pièce, il film è diviso in tre atti: le prove generali dello spettacolo a ventiquattro ore dalla prima, quindi i disastri che si susseguono dietro le quinte in seguito a vari litigi e improbabili triangoli amorosi e, infine, l’ultima catastrofica data della tourné, con le improvvisazioni degenerate del cast sulla scena. La seconda è la migliore, omaggio esplicito alle commedie del cinema muto degli anni ’20, con il susseguirsi esplosivo di demenzialissime slapstick gag (qualcosa di simile anche al più recente Benny Hill Show).Discreto l’adattamento della sceneggiatura originale. Bogdanovich fa un lavorone e gli attori non sono assolutamente da meno: i personaggi entrano ed escono di scena senza mai fermarsi. Nel cast, un ottimo John Ritter, noto anche in Italia come star del telefilm Tre Cuori In Affitto. Reeve e Caine tornano a recitare insieme dopo Trappola Mortale (1986) di Lumet, altro film sul mondo teatrale.

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Victor Victoria

Un film di Blake Edwards. Con Robert Preston, James Garner, Julie Andrews, Lesley Ann Warren, John Rhys-Davies durata 133′ min. – USA 1982

Victoria (J. Andrews ) cantante lirica, si ritrova disoccupata e in miseria nella Parigi degli anni ’30. Casualmente incontra e conosce Toddy (R. Preston), artista, gay e anch’egli fresco di licenziamento (a causa di un divertente incidente lavorativo). Nell’arco temporale di una sera-notte-mattina, i due diventeranno amici e diversi contrattempi tra loro incastrati, porteranno Victoria, prima a vestirsi da uomo e poi a mostrare un carattere davvero non femminile. A questo punto a Toddy viene l’idea per risollevare le loro sorti: “una donna che finge di essere un uomo, che finge di essere una donna”….talmente assurdo da poter essere realizzabile!!!!!! In quel momento nasce Victor/Victoria. La regia è di B.Edwards; potrei dire: un nome una garanzia. Tra i suoi tanti lavori c’è la serie “La pantera rosa – ispettore Clouse”, ed in Victor Victoria ritroviamo in piccole dosi alcuni elementi in comune, come il personaggio pasticcione e le gags divertenti. Il film ha anche un lato musical: belle coreografie, costumi, musiche e doti eccezionali della cantante. Tutti gli interpreti del film sono bravi, ma su tutti Robert Preston è davvero superlativo. Da menzionare anche L.A. Warren nella piccola parte di Norma la donna del boss …. lascia il segno! Una delle migliori commedie degli anni ’80.

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Una splendida commedia musicale, divertente e ricca di equivoci, peccato sarebbe rivelarne tutti gli episodi. Girata con uno stile ed una fotografia retrò già nel 1982 che dà al film un fascino particolare, ha una trama di grande modernità nonostante sia il remake di un film del 1933, che offre non pochi spunti di riflessione, una grande esibizione di humor, e complessivamente di intelligenza quindi. Quando si riesce ad affrontare temi “scabrosi”, a far divertire senza essere banali o peggio volgari nelle scene e nei dialoghi, be’!, siamo in uno di quei casi felici in cui il Cinema realizza la sua peculiare Magia. Quali sono i momenti che fanno riflettere? Sicuramente quelli che riguardano la relazione tra Victor e il gangster, ché anche quando quest’ultimo conoscerà la verità non potrà fare a meno di provare imbarazzo in presenza di altri. La sfera pubblica e privata dell’amore non sono poi così distanti, argomento che a mio parere vale per ogni genere di coppia etero comprese, così come il rispetto reciproco in una coppia delle proprie identità ed aspirazioni professionali. Non è un film che si vuole arrampicare su argomenti difficili con decisione, per carità, non parte con quest’intento né ci cade, ma usa questi argomenti brillantemente e quando un messaggio arriva con un sorriso spesso è molto più efficace.

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Vogliamo vivere

Un film di Ernst Lubitsch. Con Robert Stack, Carole Lombard, Jack Benny, Felix Bressart, Henry Victor.

Titolo originale To Be or Not To Be. durata 99 min. – USA 1942

 

Dopo l’invasione nazista, una compagnia di teatro polacca cerca di mettere in scena il dramma Gestapo, ma viene bloccata dalla censura tedesca. La compagnia, guidata da Josef (Jack Benny) e Maria (Carole Lombard) Tura, ripiega allora sull’Amleto, il cui celebre monologo, To be or no to be – da cui il titolo originale – finisce per divenire lo sfondo di una vorticosa sequela di equivoci e di inganni ai danni dei nazisti, oltre che degli intrighi amorosi della bella Maria. Ritmo travolgente, battute irresistibili, incroci continui tra realtà e palcoscenico, recitazione magistrale sono gli ingredienti di questa feroce satira in cui la vita di teatro finisce per mescolarsi di continuo con le vicende belliche. Lubitsch riesce a sposare la comicità delle situazioni a un messaggio fortemente politico, anche se all’epoca della sua uscita l’utilizzo di un registro lieve e divertente in un’epoca tragica come quella nazista fu giudicato quasi sconveniente. Un remake del film è stato realizzato nel 1983 da Alan Johnson con il titolo di Essere o non essere.

 

A fronte di un film su cui in questo periodo molti hanno così seriosamente voluto vedere le origini del nazismo scrivendo fiumi d’inchiostro, mi piace parlare con molta semplicità di questa pellicola, in cui c’è realmente e beffardamente più nazismo di quanto non si immagini lontanamente… La differenza? Quanta vera genialità qui! Il nazismo descritto in queste immagini è reale fin dalla descrizione dell’invasione della Polonia: e non è uno scherzo. Pur presentandosi come commedia, l’avvio è in fondo drammatico, la percezione del dolore che verrà, ben palpitante. E ciononostante… Magia! L’ironia si insinua fin dall’inizio con un monologo memorabile (essere o non essere) che non potrà mai più essere dimenticato, perché apre e chiude il film come soltanto un genio della comicità poteva concepire! Ma perché questo film è ancora così attuale e per nulla datato o scontato? Perché in questo film gli uomini sono uomini e non indagini di studi filosofici più o meno arroganti. Gli uomini si innamorano nonostante la guerra, gli uomini pensano al teatro perché non smettono mai di amare il loro mestiere legato così intimamente all’intelligenza e alla passione, gli uomini tramano per riconquistare la libertà, gli uomini prestano la loro arte recitativa per servire una causa e per dimostrare quanto in fondo i loro oppressori siano solo semplici e aberranti burattinai intimamente stupidi. Probabilmente più stupidi di quanto nessuno studio si sia mai degnato di ammettere pubblicamente. E come non notare che una frase come quella pronunciata dal professore all’attrice protagonista la dica tanto più lunga su tante indagini psicologiche, proprio perché in fondo così di bassa lega? “In teatro lei certo sa quanto è importante scegliere la parte giusta… ma anche nella vita si deve saper scegliere qual è la parte giusta… quella che vince…” Chi vuole intendere intenda, altro che bambini sottoposti ad angherie, come purtroppo da sempre accade. Ed ecco le figure del colonnello e del suo attendente Schultz, certo parodiche, si, ma fino a che punto? Fino a che punto non si vuole ammettere che il nazismo sia stato anche questo? O fino a che punto non ridere alla grande di un rapito saluto nazista fra un bacio ed un altro perché la causa è così intimamente idiota da travalicare ogni buon senso? Perché non ammettere che tutto questo, oltre alla più che abusata parola esaltazione, non sia descrivibile anche con un’altra semplicissima parola: stupidità abissale. Solo chi ha la percezione della Comicità con la C maiuscola poteva forse capire e inventare un film così, che per certi versi davvero è la continuazione de Il grande dittatore di Chaplin. Ma più concreto, e forse per questo ancora più sferzante. Perché nasceva due anni dopo, e di devastazioni se ne erano già accumulate molte. Ma che non perde la capacità di uccidere con una satira feroce e coraggiosissima, se si pensa che la guerra era ancora in atto. E non a caso il film non fu immediatamente compreso per quello che realmente era e fu bersaglio di critiche. Fatto sta che ha quasi settanta anni e non si sentono, e si ride, ma soprattutto si riflette. E se anche so bene che non sia affatto lecito paragonare due film così diversi, credo che qualche nastro di colore immacolato, pieno di pretenziosità intellettuali e ammiccanti per la scelta di una Germania anziché di uno Zambia qualunque, si squaglierà ben prima

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